MARIA DI CLEOFA E' ANCHE MARIA LA MADRE DI GIACOMO E GIUSEPPE
MENTRE MARIA DI GIACOMO NON E' LA MADRE DI GESU'
Giov 19,25-27: Maria, la moglie di Cleofa (vedere Luca 24,18) non può essere la sorella di carne di Maria, la madre di Gesù, ma è sua cugina, considerata sua sorella secondo l’abitudine orientale già vista. Inoltre non potrebbero esserci due Marie nella stessa famiglia.
“Ecco tuo figlio…ecco tua madre” (Giov 19,26-27): Giovanni non è il figlio di Maria e neppure
Ella sua madre secondo il corpo: è una figliolanza spirituale. Se Maria avesse avuto altri figli, perché Giovanni avrebbe dovuto “prenderla con sé” e non è andata con gli altri? Alcuni risponderanno: “Perché i suoi fratelli non credevano in lui” (Giov 7,5). Noi rispondiamo ancora dicendo: questi fratelli sono i compaesani di Gesù, gli abitanti di Nazareth, il suo villaggio natale, che non credevano in Gesù e ai quali Gesù dice: “In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria” (Luca 4,24). Non sono dunque i suoi “fratelli” Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, già citati. Questi, invece, credono in lui e diventano suoi apostoli (vedere le
lettere di Giacomo e Giuda e ancora: Atti1,14 e 12,17 / 1 Corinzi 9,5 e 15,6 / Galati 1,19).
3) Marco 15,40: Questa “Maria madre di Giacomo e di Ioses” è Maria moglie di Cleofa e “sorella” della Vergine in Giov 19,25-27. E’ questa la madre di Giacomo, Ioses, Giuda e Simone. Questa viene chiamata “sorella” della Vergine Maria, dunque i suoi figli vengono detti “fratelli” di Gesù: in realtà sono cugini. (Alcuni rispondono a questo che, in Marco 15,40, si tratta della Madre di Gesù. Se Marco avesse parlato della Vergine Maria, avrebbe dovuto dire: “Maria, madre di Gesù, di Giacomo, di Ioses, Giuda e Simone”, perché Gesù è stato il primogenito.). E' da considerare inoltre che in una famiglia ebraica non potevano esserci due sorelle con lo stesso nome, per cui anche in questo caso, Maria "sorella" della Madonna, in realtà era cugina.
http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20080303142834AAKklxn
DOCUMENTI SUI FAMIGLIARI DI GESU' GENITORI E PARENTI
venerdì 18 aprile 2008
MARIA DI CLEOFA E' MARIA DI GIACOMO
MARIA DI CLEOFA E' ANCHE MARIA LA MADRE DI GIACOMO E GIUSEPPE
MENTRE MARIA DI GIACOMO NON E' LA MADRE DI GESU'
Giov 19,25-27: Maria, la moglie di Cleofa (vedere Luca 24,18) non può essere la sorella di carne di Maria, la madre di Gesù, ma è sua cugina, considerata sua sorella secondo l’abitudine orientale già vista. Inoltre non potrebbero esserci due Marie nella stessa famiglia.
“Ecco tuo figlio…ecco tua madre” (Giov 19,26-27): Giovanni non è il figlio di Maria e neppure
Ella sua madre secondo il corpo: è una figliolanza spirituale. Se Maria avesse avuto altri figli, perché Giovanni avrebbe dovuto “prenderla con sé” e non è andata con gli altri? Alcuni risponderanno: “Perché i suoi fratelli non credevano in lui” (Giov 7,5). Noi rispondiamo ancora dicendo: questi fratelli sono i compaesani di Gesù, gli abitanti di Nazareth, il suo villaggio natale, che non credevano in Gesù e ai quali Gesù dice: “In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria” (Luca 4,24). Non sono dunque i suoi “fratelli” Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, già citati. Questi, invece, credono in lui e diventano suoi apostoli (vedere le
lettere di Giacomo e Giuda e ancora: Atti1,14 e 12,17 / 1 Corinzi 9,5 e 15,6 / Galati 1,19).
3) Marco 15,40: Questa “Maria madre di Giacomo e di Ioses” è Maria moglie di Cleofa e “sorella” della Vergine in Giov 19,25-27. E’ questa la madre di Giacomo, Ioses, Giuda e Simone. Questa viene chiamata “sorella” della Vergine Maria, dunque i suoi figli vengono detti “fratelli” di Gesù: in realtà sono cugini. (Alcuni rispondono a questo che, in Marco 15,40, si tratta della Madre di Gesù. Se Marco avesse parlato della Vergine Maria, avrebbe dovuto dire: “Maria, madre di Gesù, di Giacomo, di Ioses, Giuda e Simone”, perché Gesù è stato il primogenito.). E' da considerare inoltre che in una famiglia ebraica non potevano esserci due sorelle con lo stesso nome, per cui anche in questo caso, Maria "sorella" della Madonna, in realtà era cugina.
http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20080303142834AAKklxn
MENTRE MARIA DI GIACOMO NON E' LA MADRE DI GESU'
Giov 19,25-27: Maria, la moglie di Cleofa (vedere Luca 24,18) non può essere la sorella di carne di Maria, la madre di Gesù, ma è sua cugina, considerata sua sorella secondo l’abitudine orientale già vista. Inoltre non potrebbero esserci due Marie nella stessa famiglia.
“Ecco tuo figlio…ecco tua madre” (Giov 19,26-27): Giovanni non è il figlio di Maria e neppure
Ella sua madre secondo il corpo: è una figliolanza spirituale. Se Maria avesse avuto altri figli, perché Giovanni avrebbe dovuto “prenderla con sé” e non è andata con gli altri? Alcuni risponderanno: “Perché i suoi fratelli non credevano in lui” (Giov 7,5). Noi rispondiamo ancora dicendo: questi fratelli sono i compaesani di Gesù, gli abitanti di Nazareth, il suo villaggio natale, che non credevano in Gesù e ai quali Gesù dice: “In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria” (Luca 4,24). Non sono dunque i suoi “fratelli” Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, già citati. Questi, invece, credono in lui e diventano suoi apostoli (vedere le
lettere di Giacomo e Giuda e ancora: Atti1,14 e 12,17 / 1 Corinzi 9,5 e 15,6 / Galati 1,19).
3) Marco 15,40: Questa “Maria madre di Giacomo e di Ioses” è Maria moglie di Cleofa e “sorella” della Vergine in Giov 19,25-27. E’ questa la madre di Giacomo, Ioses, Giuda e Simone. Questa viene chiamata “sorella” della Vergine Maria, dunque i suoi figli vengono detti “fratelli” di Gesù: in realtà sono cugini. (Alcuni rispondono a questo che, in Marco 15,40, si tratta della Madre di Gesù. Se Marco avesse parlato della Vergine Maria, avrebbe dovuto dire: “Maria, madre di Gesù, di Giacomo, di Ioses, Giuda e Simone”, perché Gesù è stato il primogenito.). E' da considerare inoltre che in una famiglia ebraica non potevano esserci due sorelle con lo stesso nome, per cui anche in questo caso, Maria "sorella" della Madonna, in realtà era cugina.
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MARIA IN LUTERO
Maria canta il Dio misericordioso
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Maria canta
il Dio misericordioso
di Renzo Bertalot
OSSERVAZIONI PRELIMINARI
In occasione delle tentazioni nel deserto Gesù si rivolge a Satana ricordando le parole bibliche "Adora il Signore che è il tuo Dio e a lui solo rivolgi la tua preghiera" (Lc 4,8). Satana era pronto a cedere il dominio di questo mondo in cambio dell'adorazione.
Gesù ricorda inoltre alla donna samaritana che l'ora viene anzi è già venuta in cui "gli uomini adoreranno il Padre guidati dallo Spirito e dalla verità" (Gv 4,23).
Al momento dell'Ascensione le donne che seguivano Gesù l'"adorarono" e così i discepoli (Mt 29,9 e 17).
Infine nel libro degli Atti troviamo Cornelio che all'arrivo di Pietro si gettò ai suoi piedi e l'"adorò" (At 10,25). Naturalmente Pietro rifiuta quel tipo di ossequio.
Nei casi citati non sono esplicitati il contenuto dell'adorazione e i sentimenti che vengono espressi o sottintesi.
Ora mentre tutti i credenti, di ogni tempo e luogo, sono coinvolti nell'imperativo biblico di adorare il Signore nostro Dio, è per lo meno curioso il fatto che il verbo "adorare non ricorre mai in rapporto alla madre di Gesù. Sembra anzi affacciarsi un'inversione di tendenza. Nel canto del Magnificat sono proprio i contenuti e i pensieri di Maria che vengono espressi apertamente e con forte efficacia. Con le sue parole (o quelle che la comunità mette sulle sue labbra) ci troviamo nel concreto biblico, ricco di orientamenti precisi.
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1. GRUPPO DI DOMBES
Nel riprendere l'esame del commento di Lutero al Magnificat non possiamo oggi non tenere presenti le tesi del gruppo di Dombes: i dogmi mariani e in particolare la figura di Maria non rappresentano più un'occasione di separazione tra le chiese. Vi sono delle memorie da risanare (Graz 1997); vi sono nuovi orientamenti da sviluppare e da tenere dovutamente in conto sia da parte protestante sia da parte cattolica. Continuare a tacere sulla Maria biblica potrebbe significare anche un tacere su Cristo, mentre un eccessiva insistenza sulle devozioni popolari potrebbe a sua volta nascondere qualcosa del volto del Signore.
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2. FORMA E FONDAMENTO
Infine il recente accordo cattolico-luterano sulla giustificazione per fede (31 ottobre 1999) (1) spinge verso una forte rivalutazione del commento di Lutero con convergenze che sono ormai più che parallele. Il "fondamento" comune in materia di giustificazione dev'essere riaffermato al di là della diversità della "forma" usata dai diversi settori del cristianesimo nelle loro dichiarazioni di fede (2).
Trovano inoltre attuazione le indicazioni del Concilio Vaticano II che distingueva tra la "verità" e la "formulazione della verità".
Infine la Dichiarazione congiunta afferma la nostra totale dipendenza dalla grazia salvatrice e non dalla nostra libertà personale. Siamo "incapaci" di convertirci a Dio, di meritare la giustificazione e di ottenere la salvezza tramite i nostri meriti. La cooperazione è un "effetto" della grazia e non della nostra abilità. Lo Spirito Santo ci rigenera, ma non è neppure giusto dire che siamo senza peccato.
La Dichiarazione congiunta è, quindi, un punto di arrivo importante dopo le polemiche del XVI secolo, ma soprattutto è un punto di partenza determinante per le nuove prospettive del dialogo interconfessionale.
Le prime difficoltà si sono tuttavia registrate con l'emergere del problema delle indulgenze relative all'Anno Santo. I luterani e i riformati si erano espressi fermamente rifiutando di esserne coinvolti in particolar modo durante la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. Una serie di chiarimenti ha permesso di prendere atto delle difficoltà esistenti senza tuttavia interrompere il dialogo che comunque presuppone anche per i cattolici (e le indulgenze) l'accordo sulla giustificazione per fede come "interpretazione autentica" del Concilio di Trento.
Tra i primi interpreti della Dichiarazione congiunta si è parlato di "un accordo differenziato". L'espressione non ricorre nel testo, ma vorrebbe esprimere i limiti e le cautele necessarie per progredire nel dialogo. Personalmente la definizione non mi sembra felice, perché un accordo o è tale o non lo è affatto. Preferirei dire "un accordo in un contesto differenziato". Nel contesto, infatti, ritroviamo il problema dei sacramenti, dei ministeri, del primato petrino e della mariologia a tutt'oggi in via di consultazione e di confronto.
NOTE
(1) PONTIFICIO CONSIGLIO PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI - FEDERAZIONE LUTERANA MONDIALE, Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, trad. it. in Il Regno-documenti 43 (1998) n. 7, p. 250-256; FEDERAZIONE LUTERANA MONDIALE - CHIESA CATTOLICA ROMANA, Dichiarazione ufficiale comune e Allegato, trad. it. in Il Regno-documenti 44 (1999) n. 15, p. 476-480.
(2) Così si era già espresso il cardinale veneto Gaspare Contarini in una lettera al cardinale Pole nel 1542. Cf. R. BERTALOT, Gaspare Contarini (1483-1542): contesto e attualità della giustificazione per fede, in Ateneo Veneto 187 (1999) p. 206-218.
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3. MARIA "CANTA" LA MISERICORDIA DI DIO (3)
Lutero interpreta il .Magnificat come un "inno di lode" a Dio determinato dallo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo ci sono soltanto "chiacchiere" (4) e la nostra libertà è anarchia (5). Nel commento di Lutero ci vien detto che Maria non tiene conto di se stessa, non si esalta, ma "magnifica" Dio, lo loda con tutta la sua "anima" cioè la sua vita (31); lo lascia operare secondo la sua volontà (33), Maria ci insegna perciò ad amare Dio (20 e 34) senza porre in lui qualcosa di nostro (34); la bontà divina sono il suo diletto e la sua gioia. Non così per gli interessati e gli egoisti: la loro umiltà è scorretta perché fanno di se stessi un idolo (35). La vera umiltà è quella degli umili che vengono esaltati da Dio a loro insaputa nella loro nullità (tapeinosis) e indegnità (40). Maria è beata per quel che Dio opera in lei, per lo "sguardo" che Dio le rivolge (Barth: "per quel che Dio le dice"). I beni che possediamo sono certamente doni di Dio, ma solo per il tempo mentre il suo "sguardo" riguarda l'eternità. Non possiamo consolarci con i beni, ma siamo "beati" per lo sguardo di Dio. Maria "canta" (54), infatti, lo sguardo di Dio. In ciò consiste la sua lode per la misericordia di Dio.
Ora lo sguardo di Dio è contemporaneamente progetto di salvezza e liberazione. Così è stato al momento della vocazione di Mosè. Il Signore posò il suo sguardo sul suo popolo oppresso e schiavo in Egitto; subito mise in atto il suo intervento. La promessa fatta ad Abramo riprende vigore. Mosè viene chiamato e mandato dal Faraone a preparare l'esodo degli ebrei e metterli in cammino verso la terra di Canaan.
Dunque lo sguardo di Dio verso Maria è il punto focale di tutto il canto di Maria ed aggiungiamo pure, senza esitazione, di tutto l'Evangelo. L'essere e il divenire di Dio sposano la storia e l'umanità. Se qualcosa di universalmente capitale è accaduto è precisamente questo sguardo. L'operare di Dio è solo suo (60); è tutta grazia (49): santo è il suo nome, cioè la sua presenza. Maria ne è coinvolta, "canta" (54); è piena di gioia; è beata e le generazioni successive la chiameranno ancora beata (45 e 49).
Non la nullità (tapeinôsis) di Maria è oggetto di lode, ma la considerazione divina; "esattamente come quando un principe porge la mano a un povero mendicante, non è da lodarsi la nullità del mendicante, ma la grazia e la bontà del principe" (41). "Con ciò non essa viene lodata, ma la grazia di Dio scesa su di lei" (49).
A questo punto non possiamo dimenticare Ecolampadio (Giovanni Hüssen) e il suo trattato, contemporaneo al commento di Lutero (1521): La lode di Dio in Maria (6). Tutte le creature devono lodare Dio, anche per i doni concessi ad altri e quindi a maggior ragione alla Vergine Maria. Bisogna elogiare Maria per l'incarnazione, dono ricevuto da Dio e oggetto della sua beatitudine: "tutta la sua vita non era sua, ma di Dio".
NOTE
(3) M. LUTUER, Commento al Magnificat, Centro Studi Ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) 1967. Saranno indicate tra parentesi le pagine del testo.
(4) R. BERTALOT, Il Magnificat di Lutero, in Theotokos, 5 (1997), p. 539-548.
(5) Come affermato nell'Assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Camberra nel 1991.
(6) ECOLAMPADIO, La lode di Dio in Maria, Edizioni Monfortane, Roma 1983.
http://www.dimensionesperanza.it/modules/xfsection/print.php?articleid=396&PHPSESSID=db31189a212f5150bd3715b504ff8cb2
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CONCLUSIONE
Maria canta e loda la misericordia di Dio per il miracolo di Natale. Conosce bene la storia d'Israele e gli interventi liberatori di Dio. Riassume il tutto nel compimento delle promesse fatte ad Abramo. Dio si è ricordato del suo popolo. Anche la nostra vita nell'anno 2000 è raccolta in quel contesto e proiettata verso i pagani (Gal 3,14) e verso il futuro che attendiamo dalle mani del Signore.
Maria predica con coerenza il mistero dell'incarnazione che fonda il miracolo di Natale e tocca tutti gli strati della nostra società
Anche Lutero, "devotissimo cappellano" di Giovanni Federico di Sassonia, coglie nel Magnificat un forte richiamo diretto al suo stesso principe: "I principi non sono neppure in grado di pensare se Dio non li ispira in modo speciale" (12) "Se noi non insegniamo queste opere divine e non vi acconsentiamo, non ci sarà servizio divino, né popolo d'Israele, né grazia, né misericordia, né Dio..." (91).
Anche nel nostro tempo si è parlato del Magnificat come della "marsigliese" della comunità cristiana. Lo si è fatto soprattutto in America Latina.
La misericordia di Dio non è mai disincarnata dalla storia dell'umanità. Ogni giorno ci confronta con la nostra misericordia che si rivela sempre troppo piccola e inadeguata rispetto a quella del Signore che ha tanto amato il mondo... (Gv 3,16).
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Data: 2004/8/8
Sezione: Ecco la Serva del Signore. Una voce protestante
L'indirizzo di questo articolo è: http://www.dimensionesperanza.it/modules/xfsection/article.php?articleid=396
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Maria canta
il Dio misericordioso
di Renzo Bertalot
OSSERVAZIONI PRELIMINARI
In occasione delle tentazioni nel deserto Gesù si rivolge a Satana ricordando le parole bibliche "Adora il Signore che è il tuo Dio e a lui solo rivolgi la tua preghiera" (Lc 4,8). Satana era pronto a cedere il dominio di questo mondo in cambio dell'adorazione.
Gesù ricorda inoltre alla donna samaritana che l'ora viene anzi è già venuta in cui "gli uomini adoreranno il Padre guidati dallo Spirito e dalla verità" (Gv 4,23).
Al momento dell'Ascensione le donne che seguivano Gesù l'"adorarono" e così i discepoli (Mt 29,9 e 17).
Infine nel libro degli Atti troviamo Cornelio che all'arrivo di Pietro si gettò ai suoi piedi e l'"adorò" (At 10,25). Naturalmente Pietro rifiuta quel tipo di ossequio.
Nei casi citati non sono esplicitati il contenuto dell'adorazione e i sentimenti che vengono espressi o sottintesi.
Ora mentre tutti i credenti, di ogni tempo e luogo, sono coinvolti nell'imperativo biblico di adorare il Signore nostro Dio, è per lo meno curioso il fatto che il verbo "adorare non ricorre mai in rapporto alla madre di Gesù. Sembra anzi affacciarsi un'inversione di tendenza. Nel canto del Magnificat sono proprio i contenuti e i pensieri di Maria che vengono espressi apertamente e con forte efficacia. Con le sue parole (o quelle che la comunità mette sulle sue labbra) ci troviamo nel concreto biblico, ricco di orientamenti precisi.
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1. GRUPPO DI DOMBES
Nel riprendere l'esame del commento di Lutero al Magnificat non possiamo oggi non tenere presenti le tesi del gruppo di Dombes: i dogmi mariani e in particolare la figura di Maria non rappresentano più un'occasione di separazione tra le chiese. Vi sono delle memorie da risanare (Graz 1997); vi sono nuovi orientamenti da sviluppare e da tenere dovutamente in conto sia da parte protestante sia da parte cattolica. Continuare a tacere sulla Maria biblica potrebbe significare anche un tacere su Cristo, mentre un eccessiva insistenza sulle devozioni popolari potrebbe a sua volta nascondere qualcosa del volto del Signore.
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2. FORMA E FONDAMENTO
Infine il recente accordo cattolico-luterano sulla giustificazione per fede (31 ottobre 1999) (1) spinge verso una forte rivalutazione del commento di Lutero con convergenze che sono ormai più che parallele. Il "fondamento" comune in materia di giustificazione dev'essere riaffermato al di là della diversità della "forma" usata dai diversi settori del cristianesimo nelle loro dichiarazioni di fede (2).
Trovano inoltre attuazione le indicazioni del Concilio Vaticano II che distingueva tra la "verità" e la "formulazione della verità".
Infine la Dichiarazione congiunta afferma la nostra totale dipendenza dalla grazia salvatrice e non dalla nostra libertà personale. Siamo "incapaci" di convertirci a Dio, di meritare la giustificazione e di ottenere la salvezza tramite i nostri meriti. La cooperazione è un "effetto" della grazia e non della nostra abilità. Lo Spirito Santo ci rigenera, ma non è neppure giusto dire che siamo senza peccato.
La Dichiarazione congiunta è, quindi, un punto di arrivo importante dopo le polemiche del XVI secolo, ma soprattutto è un punto di partenza determinante per le nuove prospettive del dialogo interconfessionale.
Le prime difficoltà si sono tuttavia registrate con l'emergere del problema delle indulgenze relative all'Anno Santo. I luterani e i riformati si erano espressi fermamente rifiutando di esserne coinvolti in particolar modo durante la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. Una serie di chiarimenti ha permesso di prendere atto delle difficoltà esistenti senza tuttavia interrompere il dialogo che comunque presuppone anche per i cattolici (e le indulgenze) l'accordo sulla giustificazione per fede come "interpretazione autentica" del Concilio di Trento.
Tra i primi interpreti della Dichiarazione congiunta si è parlato di "un accordo differenziato". L'espressione non ricorre nel testo, ma vorrebbe esprimere i limiti e le cautele necessarie per progredire nel dialogo. Personalmente la definizione non mi sembra felice, perché un accordo o è tale o non lo è affatto. Preferirei dire "un accordo in un contesto differenziato". Nel contesto, infatti, ritroviamo il problema dei sacramenti, dei ministeri, del primato petrino e della mariologia a tutt'oggi in via di consultazione e di confronto.
NOTE
(1) PONTIFICIO CONSIGLIO PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI - FEDERAZIONE LUTERANA MONDIALE, Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, trad. it. in Il Regno-documenti 43 (1998) n. 7, p. 250-256; FEDERAZIONE LUTERANA MONDIALE - CHIESA CATTOLICA ROMANA, Dichiarazione ufficiale comune e Allegato, trad. it. in Il Regno-documenti 44 (1999) n. 15, p. 476-480.
(2) Così si era già espresso il cardinale veneto Gaspare Contarini in una lettera al cardinale Pole nel 1542. Cf. R. BERTALOT, Gaspare Contarini (1483-1542): contesto e attualità della giustificazione per fede, in Ateneo Veneto 187 (1999) p. 206-218.
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3. MARIA "CANTA" LA MISERICORDIA DI DIO (3)
Lutero interpreta il .Magnificat come un "inno di lode" a Dio determinato dallo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo ci sono soltanto "chiacchiere" (4) e la nostra libertà è anarchia (5). Nel commento di Lutero ci vien detto che Maria non tiene conto di se stessa, non si esalta, ma "magnifica" Dio, lo loda con tutta la sua "anima" cioè la sua vita (31); lo lascia operare secondo la sua volontà (33), Maria ci insegna perciò ad amare Dio (20 e 34) senza porre in lui qualcosa di nostro (34); la bontà divina sono il suo diletto e la sua gioia. Non così per gli interessati e gli egoisti: la loro umiltà è scorretta perché fanno di se stessi un idolo (35). La vera umiltà è quella degli umili che vengono esaltati da Dio a loro insaputa nella loro nullità (tapeinosis) e indegnità (40). Maria è beata per quel che Dio opera in lei, per lo "sguardo" che Dio le rivolge (Barth: "per quel che Dio le dice"). I beni che possediamo sono certamente doni di Dio, ma solo per il tempo mentre il suo "sguardo" riguarda l'eternità. Non possiamo consolarci con i beni, ma siamo "beati" per lo sguardo di Dio. Maria "canta" (54), infatti, lo sguardo di Dio. In ciò consiste la sua lode per la misericordia di Dio.
Ora lo sguardo di Dio è contemporaneamente progetto di salvezza e liberazione. Così è stato al momento della vocazione di Mosè. Il Signore posò il suo sguardo sul suo popolo oppresso e schiavo in Egitto; subito mise in atto il suo intervento. La promessa fatta ad Abramo riprende vigore. Mosè viene chiamato e mandato dal Faraone a preparare l'esodo degli ebrei e metterli in cammino verso la terra di Canaan.
Dunque lo sguardo di Dio verso Maria è il punto focale di tutto il canto di Maria ed aggiungiamo pure, senza esitazione, di tutto l'Evangelo. L'essere e il divenire di Dio sposano la storia e l'umanità. Se qualcosa di universalmente capitale è accaduto è precisamente questo sguardo. L'operare di Dio è solo suo (60); è tutta grazia (49): santo è il suo nome, cioè la sua presenza. Maria ne è coinvolta, "canta" (54); è piena di gioia; è beata e le generazioni successive la chiameranno ancora beata (45 e 49).
Non la nullità (tapeinôsis) di Maria è oggetto di lode, ma la considerazione divina; "esattamente come quando un principe porge la mano a un povero mendicante, non è da lodarsi la nullità del mendicante, ma la grazia e la bontà del principe" (41). "Con ciò non essa viene lodata, ma la grazia di Dio scesa su di lei" (49).
A questo punto non possiamo dimenticare Ecolampadio (Giovanni Hüssen) e il suo trattato, contemporaneo al commento di Lutero (1521): La lode di Dio in Maria (6). Tutte le creature devono lodare Dio, anche per i doni concessi ad altri e quindi a maggior ragione alla Vergine Maria. Bisogna elogiare Maria per l'incarnazione, dono ricevuto da Dio e oggetto della sua beatitudine: "tutta la sua vita non era sua, ma di Dio".
NOTE
(3) M. LUTUER, Commento al Magnificat, Centro Studi Ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) 1967. Saranno indicate tra parentesi le pagine del testo.
(4) R. BERTALOT, Il Magnificat di Lutero, in Theotokos, 5 (1997), p. 539-548.
(5) Come affermato nell'Assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Camberra nel 1991.
(6) ECOLAMPADIO, La lode di Dio in Maria, Edizioni Monfortane, Roma 1983.
http://www.dimensionesperanza.it/modules/xfsection/print.php?articleid=396&PHPSESSID=db31189a212f5150bd3715b504ff8cb2
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CONCLUSIONE
Maria canta e loda la misericordia di Dio per il miracolo di Natale. Conosce bene la storia d'Israele e gli interventi liberatori di Dio. Riassume il tutto nel compimento delle promesse fatte ad Abramo. Dio si è ricordato del suo popolo. Anche la nostra vita nell'anno 2000 è raccolta in quel contesto e proiettata verso i pagani (Gal 3,14) e verso il futuro che attendiamo dalle mani del Signore.
Maria predica con coerenza il mistero dell'incarnazione che fonda il miracolo di Natale e tocca tutti gli strati della nostra società
Anche Lutero, "devotissimo cappellano" di Giovanni Federico di Sassonia, coglie nel Magnificat un forte richiamo diretto al suo stesso principe: "I principi non sono neppure in grado di pensare se Dio non li ispira in modo speciale" (12) "Se noi non insegniamo queste opere divine e non vi acconsentiamo, non ci sarà servizio divino, né popolo d'Israele, né grazia, né misericordia, né Dio..." (91).
Anche nel nostro tempo si è parlato del Magnificat come della "marsigliese" della comunità cristiana. Lo si è fatto soprattutto in America Latina.
La misericordia di Dio non è mai disincarnata dalla storia dell'umanità. Ogni giorno ci confronta con la nostra misericordia che si rivela sempre troppo piccola e inadeguata rispetto a quella del Signore che ha tanto amato il mondo... (Gv 3,16).
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Data: 2004/8/8
Sezione: Ecco la Serva del Signore. Una voce protestante
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giovedì 17 aprile 2008
I COSI' DETTI FRATELLI DI GESU' IN REALTA' SONO SUOI CUGINI
CENTRO ANTI-BLASFEMIA
I COSI' DETTI FRATELLI DI GESU' IN REALTA' SONO SUOI CUGINI
EGESIPPO-(110 c.ca - 180 c.ca) fu uno scrittore cristiano del II secolo che scrisse contro le eresie. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica: il martirologio romano ne riporta la commemorazione il 7 aprile.
Viene considerato il primo autore post-apostolico, probabilmente originario della Palestina e conoscitore del greco, dell'ebraico e del siriaco. Visse a Roma durante il papato di Aniceto fino a quello di Eleuterio e sembra abbia scritto la "Storia degli Atti Ecclesiastici".
Le sue opere sono andate perdute, a parte alcuni passaggi citati da Eusebio, che ci dice che scrisse Hypomnemata (Memorie) in cinque libri, in uno stile semplicissimo sulla tradizione della predicazione Apostolica. Egesippo era anche conosciuto da Girolamo di Dalmazia. I suoi scritti intendevano confutare lo gnosticismo e l'eresia di Marcione. Si riferì principalmente alla tradizione come parte integrante degli insegnamenti che erano stati tramandati dalla successione dei vescovi, dando così molte informazioni sui primi vescovi che altrimenti sarebbero andate perse.
Eusebio dice che Egesippo era un ebreo convertito, poiché citava dall'ebraico, conosceva il Vangelo degli Ebrei e un Vangelo siriaco, e citò anche delle tradizioni giudaiche non scritte. Sembra che sia stato a Corinto e a Roma, raccogliendo di volta in volta le dottrine delle varie chiese che visitava, e accertandosi che fossero in conformità con Roma, cosi come riporta quest'estratto: "E la Chiesa di Corinto rimase nella vera Parola finché Primus fu vescovo dei Corinti, questi li conobbi durante il mio viaggio verso Roma, e rimasi con i Corinti per molti giorni, durante i quali fummo rinfrescati con la vera Parola. Quando arrivai a Roma, ho scritto la successione dei vescovi fino ad Aniceto, e a Sotero Eleutero. E in ogni successione e in ogni città tutto funziona secondo le ordinanze della Legge, e i Profeti, e il Signore" [1].
EGESIPPO racconta tante cose sui famigliari di Gesù, e svela il mistero dei così detti fratelli di Gesù.
DAL VANGELO DI SAN MATTEO :13,54-58.
Visita a Nazaret
([53]Terminate queste parabole, Gesù partì di là [54]e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? [55]Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? [56]E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». [57]E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». [58]E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità. )
Questi che sono chiamati fratelli di Gesù; Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, non sono figli di Giuseppe e Maria, genitori di Gesù, ne figli di Giuseppe con un precedente matrimonio.
Secondo Egesippo, sarebbero figli di Cleopa, fratello di Giuseppe, e di Maria di Cleofa una sorella, o cugina,o cognata di Maria, madre di Gesù.
Infatti è storico che un fratello di Gesù, Simone sia figlio di Cleopa, ora Giacomo il Giusto, si dice sia fratello a questo Simone di Cleopa, quindi i così detti fratelli di Gesù;
Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda sono figli di Cleopa, fratello di Giuseppe, padre putativo di Gesù, quindi i così detti fratelli, sono in realtà cugini di Gesù e non fratelli.
Non ha nessun fondamento evangelico o storico che i così detti fratelli di Gesù siano suoi veri fratelli o fratellastri.
Maria madre di Gesù, non ha atri figli tranne Gesù, infatti Gesù prima di morire l'affida al suo apostolo prediletto Giovanni; Vangelo di San Giovanni : 19,27,
questo non sarebe accaduto se Maria avesse altri figli. Per quanto riguarda Giuseppe non è possibile, che quando sposò Maria fosse vedovo, con figli, ne avesse un altra
sposa oltre Maria, poiché, Maria la madre di Gesù, doveva essere affidata ad un uomo pio e casto, degno di lei, e diGesù,il Figlio di Dio.
Poi nei Vangeli, durante l'infanzia di Gesù, si capisce che la sua famiglia comprende solo Maria e Giuseppe, non compaiono fratellastri di Gesù,questo accade
nel tardivo e leggendario Protovangelo di Giacomo, che da studi specialistici, risulta falso, almeno riguardo storia e geografia della Palestina.
Storicamente, la testimonianza di Egesippo è la più credibile.
Quindi Maria, madre di Giacomo e Giuseppe; (V.Mattteo: 27,56; V.Marco: 15,40; V.Luca :24,10),non sarebbe Maria madre di Gesù, ma la sua perente,
Maria moglie di Cleofa; V.Giovann: 19,25.
San Gerolamo, visse inPalestina, conosceva tutto su Gesù, è stabilì che i così detti fratelli di Gesù, erano figli di Cleofa fratello di Giuseppe, padre putativo di Gesù.
Il più antico e sistematico enunciatore di tale teoria è Girolamo che, rispondendo a Elvidio per cui i 'fratelli' erano fratelli carnali (v. dopo), scrive nel suo De Viri illustribus:
« Giacomo, chiamato fratello del Signore, soprannominato il Giusto, alcuni ritengono che fosse figlio di Giuseppe con un'altra moglie ma a me pare piuttosto il figlio di Maria sorella della madre di nostro Signore di cui Giovanni fa menzione nel suo libro. »
I COSI' DETTI FRATELLI DI GESU' IN REALTA' SONO SUOI CUGINI
EGESIPPO-(110 c.ca - 180 c.ca) fu uno scrittore cristiano del II secolo che scrisse contro le eresie. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica: il martirologio romano ne riporta la commemorazione il 7 aprile.
Viene considerato il primo autore post-apostolico, probabilmente originario della Palestina e conoscitore del greco, dell'ebraico e del siriaco. Visse a Roma durante il papato di Aniceto fino a quello di Eleuterio e sembra abbia scritto la "Storia degli Atti Ecclesiastici".
Le sue opere sono andate perdute, a parte alcuni passaggi citati da Eusebio, che ci dice che scrisse Hypomnemata (Memorie) in cinque libri, in uno stile semplicissimo sulla tradizione della predicazione Apostolica. Egesippo era anche conosciuto da Girolamo di Dalmazia. I suoi scritti intendevano confutare lo gnosticismo e l'eresia di Marcione. Si riferì principalmente alla tradizione come parte integrante degli insegnamenti che erano stati tramandati dalla successione dei vescovi, dando così molte informazioni sui primi vescovi che altrimenti sarebbero andate perse.
Eusebio dice che Egesippo era un ebreo convertito, poiché citava dall'ebraico, conosceva il Vangelo degli Ebrei e un Vangelo siriaco, e citò anche delle tradizioni giudaiche non scritte. Sembra che sia stato a Corinto e a Roma, raccogliendo di volta in volta le dottrine delle varie chiese che visitava, e accertandosi che fossero in conformità con Roma, cosi come riporta quest'estratto: "E la Chiesa di Corinto rimase nella vera Parola finché Primus fu vescovo dei Corinti, questi li conobbi durante il mio viaggio verso Roma, e rimasi con i Corinti per molti giorni, durante i quali fummo rinfrescati con la vera Parola. Quando arrivai a Roma, ho scritto la successione dei vescovi fino ad Aniceto, e a Sotero Eleutero. E in ogni successione e in ogni città tutto funziona secondo le ordinanze della Legge, e i Profeti, e il Signore" [1].
EGESIPPO racconta tante cose sui famigliari di Gesù, e svela il mistero dei così detti fratelli di Gesù.
DAL VANGELO DI SAN MATTEO :13,54-58.
Visita a Nazaret
([53]Terminate queste parabole, Gesù partì di là [54]e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? [55]Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? [56]E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». [57]E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». [58]E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità. )
Questi che sono chiamati fratelli di Gesù; Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, non sono figli di Giuseppe e Maria, genitori di Gesù, ne figli di Giuseppe con un precedente matrimonio.
Secondo Egesippo, sarebbero figli di Cleopa, fratello di Giuseppe, e di Maria di Cleofa una sorella, o cugina,o cognata di Maria, madre di Gesù.
Infatti è storico che un fratello di Gesù, Simone sia figlio di Cleopa, ora Giacomo il Giusto, si dice sia fratello a questo Simone di Cleopa, quindi i così detti fratelli di Gesù;
Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda sono figli di Cleopa, fratello di Giuseppe, padre putativo di Gesù, quindi i così detti fratelli, sono in realtà cugini di Gesù e non fratelli.
Non ha nessun fondamento evangelico o storico che i così detti fratelli di Gesù siano suoi veri fratelli o fratellastri.
Maria madre di Gesù, non ha atri figli tranne Gesù, infatti Gesù prima di morire l'affida al suo apostolo prediletto Giovanni; Vangelo di San Giovanni : 19,27,
questo non sarebe accaduto se Maria avesse altri figli. Per quanto riguarda Giuseppe non è possibile, che quando sposò Maria fosse vedovo, con figli, ne avesse un altra
sposa oltre Maria, poiché, Maria la madre di Gesù, doveva essere affidata ad un uomo pio e casto, degno di lei, e diGesù,il Figlio di Dio.
Poi nei Vangeli, durante l'infanzia di Gesù, si capisce che la sua famiglia comprende solo Maria e Giuseppe, non compaiono fratellastri di Gesù,questo accade
nel tardivo e leggendario Protovangelo di Giacomo, che da studi specialistici, risulta falso, almeno riguardo storia e geografia della Palestina.
Storicamente, la testimonianza di Egesippo è la più credibile.
Quindi Maria, madre di Giacomo e Giuseppe; (V.Mattteo: 27,56; V.Marco: 15,40; V.Luca :24,10),non sarebbe Maria madre di Gesù, ma la sua perente,
Maria moglie di Cleofa; V.Giovann: 19,25.
San Gerolamo, visse inPalestina, conosceva tutto su Gesù, è stabilì che i così detti fratelli di Gesù, erano figli di Cleofa fratello di Giuseppe, padre putativo di Gesù.
Il più antico e sistematico enunciatore di tale teoria è Girolamo che, rispondendo a Elvidio per cui i 'fratelli' erano fratelli carnali (v. dopo), scrive nel suo De Viri illustribus:
« Giacomo, chiamato fratello del Signore, soprannominato il Giusto, alcuni ritengono che fosse figlio di Giuseppe con un'altra moglie ma a me pare piuttosto il figlio di Maria sorella della madre di nostro Signore di cui Giovanni fa menzione nel suo libro. »
GESU' E I SUOI FRATELLI DI MONS.GIANFRANCO RAVASI
Gesù e i suoi "fratelli"
di Gianfranco Ravasi
(da Avvenire, Agora', 24 novembre 2002)
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Tutti i giornali hanno dato notizia di un articolo apparso sul numero di ottobre-novembre 2002 della Biblical Archaeology Review in cui un noto studioso francese, André Lemaire, informava sulla scoperta dell'iscrizione aramaica: “Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”, incisa sul lato di un'urna funeraria databile al I sec. d.C. e appartenente a una collezione privata. In attesa di una documentazione più ampia e specifica (la rivista in questione, anche se settoriale, è divulgativa), l'attenzione s'è spostata sull'antica questione dei “fratelli” di Gesù. Ricostruiamo gli antefatti storici della questione, partendo da un paio di passi marciani. Gesù passa dal suo villaggio, Nazaret. E' sabato e va da buon ebreo in sinagoga ove tiene un discorso che impressiona tutti. Scattano subito le reazioni tipiche di un piccolo paese e lo stupore si trasforma in ironia e sospetto: “Da dove gli vengono queste doti? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui con noi?” (Mc 6, 2-3). Fin dalle origini cristiane ci si è interrogati proprio sull'identità di questi “fratelli e sorelle” rispetto ai quali Gesù sembra prendere le distanze anche in un'altra occasione. Un giorno, infatti, gli comunicano: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano!” E Gesù: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” Poi, dopo aver girato lo sguardo sugli uditori, continua: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre” (Mc 3, 31-35). Anche lo storico giudaico Giuseppe Flavio (I sec.) nella sua opera Antichità giudaiche (XX, 200) parla di Giacomo, responsabile della Chiesa di Gerusalemme, come di un “fratello di Gesù detto il Cristo”. Una prima e antica identificazione di questi “fratelli” appare in uno scritto apocrifo (cioè non accolto nel Canone delle Sacre Scritture) composto nel II secolo, il cosiddetto Protovangelo di Giacomo. In esso Giuseppe, al momento del matrimonio con Maria, confessa: “Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza!” (9,2). I “fratelli” di Gesù sarebbero per quest'opera “fratellastri”, nati da un precedente matrimonio di Giuseppe. Sempre nel II secolo un autore cristiano di origine palestinese, un certo Egesippo, nelle sue Memorie parla di “parenti” di Gesù che furono processati dai Romani sotto l'imperatore Domiziano, quindi sul finire del I secolo. Questa tesi fu accolta anche dal famoso traduttore latino della Bibbia, san Girolamo, che nei “fratelli” e nelle “sorelle” di Gesù vide in pratica i cugini, cioè gli appartenenti al clan familiare di Maria. Egli sostenne questa tesi nell'opera De perpetua virginitate polemizzando aspramente contro un tale Elvidio, suo contemporaneo (IV secolo), che affermava trattarsi invece di figli avuti da Maria e Giuseppe successivamente rispetto a Gesù, tesi sostenuta anche da alcuni esegeti moderni. Uno degli argomenti addotti era la frase del Vangelo di Luca in cui si dice che Maria “diede alla luce il suo primogenito”, Gesù (2, 7). E', però, da notare che il termine “primogenito” ha di per sé valore giuridico e sottolinea i diritti biblici connessi alla primogenitura. Curiosamente in un documento aramaico del I secolo si parla di una madre (di nome Maria essa pure) che morì dando alla luce “il suo figlio primogenito”.
L'esegesi storico-critica moderna ha fatto notare poi che nell'aramaico o nell'ebraico il termine “fratello” ('aha' e 'ah' ) indica sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l'alleato: nella Genesi Abramo chiama il nipote Lot “fratello” (13, 8), come fa Labano col nipote Giacobbe (29, 15). Inoltre l'espressione “fratelli del Signore” nel Nuovo Testamento (Atti 1, 14; 1Corinzi 9, 5) designa un gruppo ben definito, quello dei cristiani di origine giudaica legati al clan nazaretano di Cristo. Essi costituirono una specie di comunità a sé stante, dotata di una sua autorevolezza al punto tale da poter proporre un proprio candidato come primo “vescovo” di Gerusalemme, Giacomo (Atti 15, 13; 21, 18). Nel brano sopra citato (Marco 3, 31-35) Gesù sembra ridimensionare i loro privilegi e ridurli all'orizzonte più generale e più significativo della fedeltà alla volontà del Signore. Per altro essi non sono mai chiamati, come Gesù “figli di Maria”. A questo punto, però, entra in scena la nostra iscrizione ove si avrebbe “figlio di Giuseppe” e quindi si inviterebbe a considerare Giacomo come fratello carnale di Gesù, magari come figlio avuto da Maria dopo aver generato Gesù. Prescindendo dal discorso teologico sulla verginità di Maria attestata dalla fede cristiana antica, e rimanendo nell'ambito puramente storico-critico, bisogna essere in realtà molto cauti. Lo stesso Lemaire riconosce che “tenendo conto del numero di abitanti di Gerusalemme (ca. 80.000) e dell'onomastica dell'epoca, vi potevano essere almeno una ventina di Giacomo che avevano un padre chiamato Giuseppe e un fratello denominato Gesù”, trattandosi di nomi comunissimi. Supponendo pure che l'espressione “fratello di Gesù” – piuttosto inattesa in un'epigrafe funeraria – sia stata introdotta proprio per rimandare a Cristo, figura nota, non si potrebbe però storicamente escludere né la tesi della paternità solo legale di Giuseppe nei confronti di Gesù, paternità attestata dal Vangelo di Matteo, né la tesi di una precedente prole di Giuseppe, attestata dall'antica tradizione apocrifa.
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http://www.santamelania.it/approf/papers/gesu_fratel.htm
di Gianfranco Ravasi
(da Avvenire, Agora', 24 novembre 2002)
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Tutti i giornali hanno dato notizia di un articolo apparso sul numero di ottobre-novembre 2002 della Biblical Archaeology Review in cui un noto studioso francese, André Lemaire, informava sulla scoperta dell'iscrizione aramaica: “Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”, incisa sul lato di un'urna funeraria databile al I sec. d.C. e appartenente a una collezione privata. In attesa di una documentazione più ampia e specifica (la rivista in questione, anche se settoriale, è divulgativa), l'attenzione s'è spostata sull'antica questione dei “fratelli” di Gesù. Ricostruiamo gli antefatti storici della questione, partendo da un paio di passi marciani. Gesù passa dal suo villaggio, Nazaret. E' sabato e va da buon ebreo in sinagoga ove tiene un discorso che impressiona tutti. Scattano subito le reazioni tipiche di un piccolo paese e lo stupore si trasforma in ironia e sospetto: “Da dove gli vengono queste doti? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui con noi?” (Mc 6, 2-3). Fin dalle origini cristiane ci si è interrogati proprio sull'identità di questi “fratelli e sorelle” rispetto ai quali Gesù sembra prendere le distanze anche in un'altra occasione. Un giorno, infatti, gli comunicano: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano!” E Gesù: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” Poi, dopo aver girato lo sguardo sugli uditori, continua: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre” (Mc 3, 31-35). Anche lo storico giudaico Giuseppe Flavio (I sec.) nella sua opera Antichità giudaiche (XX, 200) parla di Giacomo, responsabile della Chiesa di Gerusalemme, come di un “fratello di Gesù detto il Cristo”. Una prima e antica identificazione di questi “fratelli” appare in uno scritto apocrifo (cioè non accolto nel Canone delle Sacre Scritture) composto nel II secolo, il cosiddetto Protovangelo di Giacomo. In esso Giuseppe, al momento del matrimonio con Maria, confessa: “Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza!” (9,2). I “fratelli” di Gesù sarebbero per quest'opera “fratellastri”, nati da un precedente matrimonio di Giuseppe. Sempre nel II secolo un autore cristiano di origine palestinese, un certo Egesippo, nelle sue Memorie parla di “parenti” di Gesù che furono processati dai Romani sotto l'imperatore Domiziano, quindi sul finire del I secolo. Questa tesi fu accolta anche dal famoso traduttore latino della Bibbia, san Girolamo, che nei “fratelli” e nelle “sorelle” di Gesù vide in pratica i cugini, cioè gli appartenenti al clan familiare di Maria. Egli sostenne questa tesi nell'opera De perpetua virginitate polemizzando aspramente contro un tale Elvidio, suo contemporaneo (IV secolo), che affermava trattarsi invece di figli avuti da Maria e Giuseppe successivamente rispetto a Gesù, tesi sostenuta anche da alcuni esegeti moderni. Uno degli argomenti addotti era la frase del Vangelo di Luca in cui si dice che Maria “diede alla luce il suo primogenito”, Gesù (2, 7). E', però, da notare che il termine “primogenito” ha di per sé valore giuridico e sottolinea i diritti biblici connessi alla primogenitura. Curiosamente in un documento aramaico del I secolo si parla di una madre (di nome Maria essa pure) che morì dando alla luce “il suo figlio primogenito”.
L'esegesi storico-critica moderna ha fatto notare poi che nell'aramaico o nell'ebraico il termine “fratello” ('aha' e 'ah' ) indica sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l'alleato: nella Genesi Abramo chiama il nipote Lot “fratello” (13, 8), come fa Labano col nipote Giacobbe (29, 15). Inoltre l'espressione “fratelli del Signore” nel Nuovo Testamento (Atti 1, 14; 1Corinzi 9, 5) designa un gruppo ben definito, quello dei cristiani di origine giudaica legati al clan nazaretano di Cristo. Essi costituirono una specie di comunità a sé stante, dotata di una sua autorevolezza al punto tale da poter proporre un proprio candidato come primo “vescovo” di Gerusalemme, Giacomo (Atti 15, 13; 21, 18). Nel brano sopra citato (Marco 3, 31-35) Gesù sembra ridimensionare i loro privilegi e ridurli all'orizzonte più generale e più significativo della fedeltà alla volontà del Signore. Per altro essi non sono mai chiamati, come Gesù “figli di Maria”. A questo punto, però, entra in scena la nostra iscrizione ove si avrebbe “figlio di Giuseppe” e quindi si inviterebbe a considerare Giacomo come fratello carnale di Gesù, magari come figlio avuto da Maria dopo aver generato Gesù. Prescindendo dal discorso teologico sulla verginità di Maria attestata dalla fede cristiana antica, e rimanendo nell'ambito puramente storico-critico, bisogna essere in realtà molto cauti. Lo stesso Lemaire riconosce che “tenendo conto del numero di abitanti di Gerusalemme (ca. 80.000) e dell'onomastica dell'epoca, vi potevano essere almeno una ventina di Giacomo che avevano un padre chiamato Giuseppe e un fratello denominato Gesù”, trattandosi di nomi comunissimi. Supponendo pure che l'espressione “fratello di Gesù” – piuttosto inattesa in un'epigrafe funeraria – sia stata introdotta proprio per rimandare a Cristo, figura nota, non si potrebbe però storicamente escludere né la tesi della paternità solo legale di Giuseppe nei confronti di Gesù, paternità attestata dal Vangelo di Matteo, né la tesi di una precedente prole di Giuseppe, attestata dall'antica tradizione apocrifa.
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http://www.santamelania.it/approf/papers/gesu_fratel.htm
CHI ERANO I FRATELLI DI GESU' ?
Marco 6,3 (Mat 12,46): “I fratelli di Gesù: Giacomo, Ioses, Giuda e Simone…”?
1) Nella mentalità orientale, ancora oggi, sono considerati “fratelli”, i cugini, i bimbi dello stesso villaggio, i bimbi che diventano grandi insieme e, su un piano generale, sono “fratelli” i paesi arabi. La Bibbia, che è impregnata dell’ambiente orientale, usa spesso la parola “fratello” per indicare dei cugini o dei ragazzi dello stesso villaggio. Ci sono molti esempi biblici nell’Antico Testamento:
Gn : 13,8 e 14,16: Abramo è indicato come fratello di Lot, invece è lo zio.
Deut 15,2-3: “Non esigerai il tuo credito da tuo fratello (l’ebreo come te)… ma dallo straniero (che non è ebreo): Lev 19,17: “Non odiare tuo fratello (l’ebreo)…”.
1 Cronache 23,22: I figli di Kis sono i cugini e non i fratelli delle figlie di Eleazaro, come vengono presentati dalla Bibbia.
2) Giov 19,25-27: Maria, la moglie di Cleofa (vedere Luca 24,18) non può essere la sorella di carne di Maria, la madre di Gesù, ma è sua cugina, considerata sua sorella secondo l’abitudine orientale già vista. Inoltre non potrebbero esserci due Marie nella stessa famiglia.
“Ecco tuo figlio…ecco tua madre” (Giov 19,26-27): Giovanni non è il figlio di Maria e neppure
Ella sua madre secondo il corpo: è una figliolanza spirituale. Se Maria avesse avuto altri figli, perché Giovanni avrebbe dovuto “prenderla con sé” e non è andata con gli altri? Alcuni risponderanno: “Perché i suoi fratelli non credevano in lui” (Giov 7,5). Noi rispondiamo ancora dicendo: questi fratelli sono i compaesani di Gesù, gli abitanti di Nazareth, il suo villaggio natale, che non credevano in Gesù e ai quali Gesù dice: “In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria” (Luca 4,24). Non sono dunque i suoi “fratelli” Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, già citati. Questi, invece, credono in lui e diventano suoi apostoli (vedere le
lettere di Giacomo e Giuda e ancora: Atti1,14 e 12,17 / 1 Corinzi 9,5 e 15,6 / Galati 1,19).
3) Marco 15,40: Questa “Maria madre di Giacomo e di Ioses” è Maria moglie di Cleofa e “sorella” della Vergine in Giov 19,25-27. E’ questa la madre di Giacomo, Ioses, Giuda e Simone. Questa viene chiamata “sorella” della Vergine Maria, dunque i suoi figli vengono detti “fratelli” di Gesù: in realtà sono cugini. (Alcuni rispondono a questo che, in Marco 15,40, si tratta della Madre di Gesù. Se Marco avesse parlato della Vergine Maria, avrebbe dovuto dire: “Maria, madre di Gesù, di Giacomo, di Ioses, Giuda e Simone”, perché Gesù è stato il primogenito.). E' da considerare inoltre che in una famiglia ebraica non potevano esserci due sorelle con lo stesso nome, per cui anche in questo caso, Maria "sorella" della Madonna, in realtà era cugina.
N.B: Da sottolineare inoltre che il greco “adelphòs” (ebraico ach; aramaico achà) nella Bibbia significa “cugino, parente stretto”.
I più solerti Testimoni di Geova obiettano: Col 4,10 presenta Marco cugino di Barnaba. Quindi si distingueva “fratello” da “cugino”. Rispondiamo che anépsios (è l’unica volta che ricorre nel NT) significa congiunto, parente, lontano parente, cugino, nipote (si consideri la somiglianza col latino nepos).
4) I “fratelli” di Gesù non furono mai chiamati “i figli di Maria”.
Giacomo si definisce “servitore del Signore Gesù”, non suo fratello (Giac 1,1).
Giuda dice “servitore di Gesù e fratello di Giacomo” non fratello di Gesù.
Alcuni risponderanno a questo che Gesù aveva altri fratelli e che sono quelli che si sono dichiarati suoi fratelli. Allora perché la Bibbia non li cita e nomina solo Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, che, come dimostrato, sono parenti prossimi?
1 mesi fa
Dettagli aggiuntivi
1 mesi fa
@Marco Nappo: e invece no! E' proprio per questi "cavilli" come li chiami tu che si sono creati gli scismi, e poi le sette, e la gente si è allontanata dalla Verità e dalla Madre Chiesa
http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20080303142834AAKklxn
1) Nella mentalità orientale, ancora oggi, sono considerati “fratelli”, i cugini, i bimbi dello stesso villaggio, i bimbi che diventano grandi insieme e, su un piano generale, sono “fratelli” i paesi arabi. La Bibbia, che è impregnata dell’ambiente orientale, usa spesso la parola “fratello” per indicare dei cugini o dei ragazzi dello stesso villaggio. Ci sono molti esempi biblici nell’Antico Testamento:
Gn : 13,8 e 14,16: Abramo è indicato come fratello di Lot, invece è lo zio.
Deut 15,2-3: “Non esigerai il tuo credito da tuo fratello (l’ebreo come te)… ma dallo straniero (che non è ebreo): Lev 19,17: “Non odiare tuo fratello (l’ebreo)…”.
1 Cronache 23,22: I figli di Kis sono i cugini e non i fratelli delle figlie di Eleazaro, come vengono presentati dalla Bibbia.
2) Giov 19,25-27: Maria, la moglie di Cleofa (vedere Luca 24,18) non può essere la sorella di carne di Maria, la madre di Gesù, ma è sua cugina, considerata sua sorella secondo l’abitudine orientale già vista. Inoltre non potrebbero esserci due Marie nella stessa famiglia.
“Ecco tuo figlio…ecco tua madre” (Giov 19,26-27): Giovanni non è il figlio di Maria e neppure
Ella sua madre secondo il corpo: è una figliolanza spirituale. Se Maria avesse avuto altri figli, perché Giovanni avrebbe dovuto “prenderla con sé” e non è andata con gli altri? Alcuni risponderanno: “Perché i suoi fratelli non credevano in lui” (Giov 7,5). Noi rispondiamo ancora dicendo: questi fratelli sono i compaesani di Gesù, gli abitanti di Nazareth, il suo villaggio natale, che non credevano in Gesù e ai quali Gesù dice: “In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria” (Luca 4,24). Non sono dunque i suoi “fratelli” Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, già citati. Questi, invece, credono in lui e diventano suoi apostoli (vedere le
lettere di Giacomo e Giuda e ancora: Atti1,14 e 12,17 / 1 Corinzi 9,5 e 15,6 / Galati 1,19).
3) Marco 15,40: Questa “Maria madre di Giacomo e di Ioses” è Maria moglie di Cleofa e “sorella” della Vergine in Giov 19,25-27. E’ questa la madre di Giacomo, Ioses, Giuda e Simone. Questa viene chiamata “sorella” della Vergine Maria, dunque i suoi figli vengono detti “fratelli” di Gesù: in realtà sono cugini. (Alcuni rispondono a questo che, in Marco 15,40, si tratta della Madre di Gesù. Se Marco avesse parlato della Vergine Maria, avrebbe dovuto dire: “Maria, madre di Gesù, di Giacomo, di Ioses, Giuda e Simone”, perché Gesù è stato il primogenito.). E' da considerare inoltre che in una famiglia ebraica non potevano esserci due sorelle con lo stesso nome, per cui anche in questo caso, Maria "sorella" della Madonna, in realtà era cugina.
N.B: Da sottolineare inoltre che il greco “adelphòs” (ebraico ach; aramaico achà) nella Bibbia significa “cugino, parente stretto”.
I più solerti Testimoni di Geova obiettano: Col 4,10 presenta Marco cugino di Barnaba. Quindi si distingueva “fratello” da “cugino”. Rispondiamo che anépsios (è l’unica volta che ricorre nel NT) significa congiunto, parente, lontano parente, cugino, nipote (si consideri la somiglianza col latino nepos).
4) I “fratelli” di Gesù non furono mai chiamati “i figli di Maria”.
Giacomo si definisce “servitore del Signore Gesù”, non suo fratello (Giac 1,1).
Giuda dice “servitore di Gesù e fratello di Giacomo” non fratello di Gesù.
Alcuni risponderanno a questo che Gesù aveva altri fratelli e che sono quelli che si sono dichiarati suoi fratelli. Allora perché la Bibbia non li cita e nomina solo Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, che, come dimostrato, sono parenti prossimi?
1 mesi fa
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@Marco Nappo: e invece no! E' proprio per questi "cavilli" come li chiami tu che si sono creati gli scismi, e poi le sette, e la gente si è allontanata dalla Verità e dalla Madre Chiesa
http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20080303142834AAKklxn
I FRATELLI E LE SORELLE DI GESU' DI FRA' TOMMASO
i fratelli e le sorelle di gesu'
A cura di frà Tommaso Maria di Gesù dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo - Tel. 0916730658
Non cattolico. Noi rileviamo dalla S. Scrittura, precisamente dal N.T., che la Madre di Gesù non fu sempre vergine, come afferma la Chiesa cattolica. Infatti, Gesù è chiamato primogenito e non unigenito. Il N.T. parla costantemente dei fratelli e delle sorelle di Gesù. I cattolici obiettano che nella Bibbia, la parola "fratello" è talvolta adoperata nel senso di "cugino", ma i Vangeli parlano sempre di "Fratelli e sorelle" di Gesù, mentre in greco (la lingua in cui i Vangeli sono stati scritti) vi è il termine per indicare fratello (adelfòs) e un altro per indicare cugino (anepsiòs).
Cattolico. Fratelli e sorelle di Gesù sono menzionati in diversi punti del N.T. (Mt 12,46; 13,55; Mc 3,31; Lc 8,19; Gv 2,12; 7,3 ss.; 20,17; At 1,14; 1 Cor 9,5; Gal 1,19), particolarmente Giacomo, Giuseppe, Giuda, Simone in Mc 6,3 (vedi Giacomo il fratello del Signore). Le parole greche che significano "Fratello" e "sorella" non sempre in senso stretto ed anche in senso traslato, traducono termini ebraico-aramaici che, oltre a designare i figli di stessi genitori, designano anche parenti prossimi, specialmente per consanguineità, senza specificare il grado di parentela. Per i vari gradi di parentela, poi, le due lingue non possiedono neppure tutti i vari termini che hanno le nostre lingue. In ogni caso è bene precisare che non è detto che i fratelli e le sorelle di Gesù siano anche figli di Maria.
Non cattolico. E perché?
Cattolico. Anzitutto perché non tutte le parole della Bibbia vanno interpretate con l'espressione che hanno, ma con quello che vogliono significare.
Non cattolico. Queste sono idee tue.
Cattolico. Tutt'altro! La Bibbia contiene spesso pagine ardue per le persone moderne. Già nei tempi antichi e posteriori a Cristo troviamo scuole per la retta interpretazione di essa. Con l'avvento di Cristo, tutta la S. Scrittura è consegnata alla "Sua" Chiesa, che ne è la custode e l'annunciatrice autentica. Essa, poi, per il fatto di essere il "prolungamento di Cristo" e "Colonna e sostegno della verità", difende e conserva la divina Parola nella sua integrità, con la stessa autorità e autenticità conferitale da Nostro Signore Gesù Cristo.
Non cattolico. Tu mi hai affermato che i fratelli e le sorelle di Gesù, non sono figli di Maria. Ti ho domandato: perché? Ancora non mi hai dato una risposta.
Cattolico. Oltre quello che già ti ho detto, devo ancora risponderti che i "perché" sono diversi, e cioè:
a) perché con la parola "ah" (= fratello), gli Ebrei esprimevano la parentela in genere o, addirittura semplicemente compaesano o compatriota;
b) quando volevano indi care un fratello germano (= uterino, di sangue) ricorrevano ad espressioni più lunghe, come "figlio di suo fratello" "Figlio di sua madre". Gesù è sempre indicato come figlio di Maria. GLI ALTRI MAI.
Non cattolico. Queste mi sembrano tutte chiacchiere. Io trovo scritto "Fratelli di Gesù" e cosi devo credere se sono fedele alla Parola di Dio.
Cattolico. Le cose dette sopra non sono chiacchiere né inutili giustificazioni, ma realtà bibliche.
Non cattolico. Realtà biblica? Mi si mostri questa realtà che io non trovo in nessuna parte.
Cattolico. Ad evitare inutili discussioni, è bene sapere che molto spesso le parole non si devono interpretare così come giacciono, ma col giusto significato che l'autore sacro vuole indicare. Per quanto riguarda i "Fratelli di Gesù" questa è la realtà biblica:
l. Giacomo, fratello di Gesù, è figlio di Alfeo (cf Mt 10,3). Può essere, quindi un parente di Gesù. Giacomo fu capo della Chiesa di Gerusalemme dopo la dispersione degli Apostoli (cf At 12,17; 15,13; 21,18).
2. Giuda, detto anche lui fratello di Gesù, così incomincia la sua lettera: "Giuda servo di Cristo, fratello di Giacomo".
3. "E le sue sorelle non sono tutte "fra noi?"
E' chiaro che quel "Fra noi" dà l'idea di persone che abitano nella stessa contrada, quartiere, località di chi sta parlando. Si capisce che si tratta di parentela larga, di conoscenti più intimi o di paesani.
Non cattolico. Non mi convinco. Infatti, troviamo ancora in Mt 12,46-50 e in Mc 3,31 che "mentre Egli (Gesù) parlava alla folla, sua madre e i suoi fratelli cercavano di parlargli... Ma Egli disse: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?... Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre... è per me fratello, sorella e madre", e Luca (8,19-20) aggiunge: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica".
Qui viene il sospetto che Gesù abbia addirittura rinnegato le persone più intime, perché da loro rinnegato, come appare in Gv 7,5.
Cattolico. Non c'è dubbio che le parole di Gesù vogliono darci dei profondi insegnamenti. L'appartenenza a Lui non, si basa su legami di sangue o di parentela. La Chiesa non è fondata su rapporti ambientali, di razza, di classe o di cultura: essa è la famiglia di Dio.
Gli evangelisti sottolineano le ragioni opposte che suscita la persona di Gesù. Le folle lo cercano, i più intimi (parenti, paesani) lo ritengono quasi folle: essi non comprendono affatto la sua missione e vogliono distoglierlo facendolo ritornare in patria. Ancora più grave è l'ostilità dei dottori della religione ebraica; essi si persuadono che Gesù riceve il suo potere dal principe dei demoni, Belzebul (cf Mc 3,22). Non c'è dubbio che nelle parole di Gesù è implicito un elogio per sua madre che "serbava le sue parole ... meditandole nel suo cuore" (Le 2,19.51) ed era "la serva del Signore che compiva tutta la Sua volontà" (cf Lc 1,38).
Non cattolico. Vogliamo sapere con più certezza dove è scritto che Gesù non ha avuto altri fratelli di sangue.
Cattolico. Leggendo bene la Bibbia si capisce chiaramente che Gesù non ha avuto altri fratelli di sangue. Ho già detto che con la parola "Fratello" gli Ebrei volevano indicare un po' di tutto: parente in genere, paesano, compatriota, ecc. Per troncare ogni discussione in merito mi permetto di elencare alcuni passi biblici che provano le mie affermazioni.
Non cattolico. E cioè?
Cattolico. La parola "Fratello" nella Bibbia è attribuita:
l. Ai nipoti:
Gen 13,8: "Abramo disse a Lot: 'Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli'" (Lot è nipote di Abramo, figlio di suo fratello Aran (cf Gen 11,27; 14,12);
2. Agli zii:
Gen 29, 15: Labano chiama "parente" Giacobbe, il quale è nipote, figlio di sua sorella Rebecca;
3. Ai cugini remoti: (Lev 10,4);
4. Ai parenti in genere: (2 Re 10, 13);
5. Ai semplici compatrioti: (Gen 19,6).
N.B. a) I Vangeli conservano la mentalità ebraica e perciò la parola "fratello" ha un uso così ampio. D'altronde, non si può dire che tra noi ancora oggi le cose siano del tutto cambiato.
b) Osserviamo inoltre, che nell'infanzia di Gesù non vengono mai nominati gli eventuali suoi fratelli;
c) Nel racconto dei pellegrinaggio a Gerusalemme di Gesù fanciullo (Lc 2,41-52) è sorprendente che non si faccia mai menzione di eventuali fratelli di Gesù;
d) La Madonna, come donna, non era affatto obbligata al pellegrinaggio se, oltre al suo primogenito, avesse avuto altri figli;
e) E che dire di Gesù morente? Gv 19,26-27: "Gesù allora, vedendo la madre... disse. 'Donna, ecco tuo figlio...' e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa".
Se la Madonna avesse avuto altri figli, sarebbe rimasta presso di loro e non con Giovanni, né Gesù si sarebbe espresso in quella maniera.
Non cattolico. Dimmi, allora, perché Maria sposò Giuseppe?
Cattolico. Il matrimonio tra Giuseppe e Maria fu necessario.
Non cattolico. Perché?
Cattolico. Queste sono le ragioni per cui il matrimonio tra Giuseppe e Maria fu necessario:
a) Perché la Madonna sarebbe stata lapidata come adultera;
b) Così S. Giuseppe poté custodire la Madre ed il Figlio.
c) S. Giuseppe era certamente discendente della stirpe davidica e solo lui, come uomo, poteva legalmente assicurare la discendenza a Gesù secondo: la carne;
d) Il segreto poté rimanere nascosto finché Dio non volle farlo conoscere bene attraverso lo stesso Verbo Incarnato;
e) Il "Non conosco uomo" di Maria all'angelo dimostra la sua ferma volontà di rimanere sempre vergine, come consacrata a Dio.
Quindi, la parola "Fratello" o "sorella" non significa necessariamente "Fratello di sangue". Anzi mai, o quasi mai, ha questo significato.
f) Il significato più ampio di "fratello", "sorella" si riscontra anche nella letteratura greca del periodo ellenistico, del quale fa parte il greco del Nuovo Testamento;
g) Come ho già accennato, la Bibbia quando vuole indicare che si tratta di un fratello consanguineo usa questa formula:
1. Gen 29, 10: "Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Labano, 'fratello di sua madre', Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Labano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Labano, 'fratello di sua madre' ".
E' impressionante che in un periodo così breve, lo scrittore sacro usi per tre volte l'espressione 'fratello di sua madre'.
2. In Gen 43,29 è detto: "Egli (Giuseppe) alzò gli occhi e guardò Beniamino, suo fratello, figlio di sua madre". Giuseppe e Beniamino sono figli della stessa madre (Rachele), ossia fratelli di sangue, e perciò l'autore sacro specifica.
3. La stessa formula troviamo in Dt 13,7: ... Qualora il tuo fratello, figlio di tuo
padre o figlio di tua madre`; Gdc 8,19: "Egli (Gedeone) riprese: "Erano miei fratelli, figli di mia madre";
Gdc 9,4-5: "Abimelech... venne; alla casa di suo padre, a Ofra, e uccise sopra una stessa pietra i suoi fratelli, figli di Ierub-Baal (suo padre)";
Sal 49,20: "Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre";
Sal 68,9: "... sono un estraneo per i miei fratelli, un forestiero per i figli di mia madre".
N.B.
a) Come si vede, il fratello di sangue è generalmente indicato con le suddette formule;
b) Inoltre, per convincerci ancora meglio che la parola "Fratello" ha un significato molto ampio, leggiamo in:
1 Cronaca 9,6: Ieuèl ha 690 "fratelli". E' chiaro che essi fanno parte della larga parentela e anche dei concittadini di Ieuèl.
1 Cronaca 15,5: Uriel ha 120 "fratelli". Certamente si tratta di larga parentela o di compatrioti.
Non cattolico. Eppure in Col 4,10 S. Paolo usa la parola cugino, perché non ha detto 'fratello' come altrove?
Cattolico. Il termine usato da S. Paolo è la parola greca "anepsíos". Da notare che "anepsios" non ha il significato stretto di cugino, ma quello più generico di parente, che può includere anche quello di cugino. Etimologicamente richiama il latino "nepos" che è un termine con un significato più ampio e non quello di "nipote", come sembrerebbe dalla parola italiana. In italiano adoperiamo la parola "parente" con significato molto ampio, mentre in latino i "parentes" sono i soli genitori. Per convincerci ancora meglio, nel N.T. ci sono molti passi che confermano quello che sto dimostrando. Qualche esempio:
- In Gv 20,17, "fratelli" sono i "discepoli";
- In Mt 25,40, i "fratelli" sono "tutti gli uomini";
- In 1 Cor 9,3-5, i "fratelli" sono i "fratelli di fede";
- In Gal 1,18-19, Giacomo, che è figlio di Alfeo (cf Mat 10,3), viene indicato da Paolo come fratello del Signore ossia come appartenente alla sua parentela o, tutt'al più, potrebbe essere tra i suoi cugini;
- In Mt 28, 10, Gesù chiama "fratelli" i suoi apostoli e discepoli.
Non cattolico. Nonostante tutte queste citazioni, il dubbio rimane, e le ragioni sono le seguenti:
a) In Mt 1,25 è scritto che Giuseppe prese Maria come sposa "la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù;
b) In Lc 2,7 è detto che Maria "diede alla luce il suo figlio "primogenito".
I miei dubbi sono questi:
- Anzitutto le parole di Matteo in traduzioni precedenti a quella della CEI sono così indica- te: "Ma egli (Giuseppe) non la conobbe, finché ebbe partorito il suo figliolo primogenito...". Dunque, la conobbe dopo.
Cattolico. La S. Scrittura vuol dimostrare che il Bambino Gesù non è stato concepito mediante il concorso umano, e basta. Queste parole vanno collegate con quelle altre di Maria: "Come è possibile? Non conosco uomo". Queste parole, come già ho detto precedentemente, vogliono indicare la ferma risoluzione di Maria di voler rimanere "sempre vergine" perché consacrata a Dio. Per convincerci ancora di più, leggiamo in 2 Sam 6,29: «Micol, figlia di Saul, non ebbe figli sino al giorno della sua morte" (cf Sal 110, 1). E' certo che Micol non ebbe figli neppure dopo la morte...
Non cattolico. Ma ho ancora qualche dubbio. Infatti la parola "primogenito" lascia capire che dopo vi sono stati altri figli, altrimenti Gesù doveva essere indicato come l'Unigenito.
Cattolico. Anche per questa obiezione c'è una risposta tecnica e biblica chiarificatrice.
Il "primogenito", indicato da Lc 2,7, nella mentalità ebraica è il figlio che "apre il seno materno" (cf Es 13,2; Nm 3,12). "Primogenito" era un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto. Dio Padre introduce il Primogenito sia al momento dell'Incarnazione (Eb 1,6), sia al momento della intronizzazione nella gloria (cf Eb 1,3; 2,5; Ef 1,20-21; Fil 2,9-10). Primogenito è anche un titolo di onore (cf Col 1, 15. 18; Ap 1,5). Infine l'archeologia ha scoperto (1922) una iscrizione greca di un cimitero giudaico dell'Egitto (5° sec. a.C.) che dice: "La sorte mi condusse al termine della vita nel dolore del parto del mio primogenito figlio". Certo, dopo questo "primogenito" non vi furono altri figli!
Credo che dopo tutte queste risposte e prove, chiunque vuole può tranquillamente credere rettamente.
La mia personale esperienza mi fa capire come il grande dottore d'Ippona, il gigante dei pensiero, S. Agostino, avesse proprio ragione quando scriveva: "Può credere chi vuole credere. La fede è un 'si' libero, ma anche obbediente. Infatti Dio non lascia al nostro arbitrio e piacimento di accogliere o rifiutare la sua rivelazione. Il Vangelo della salvezza non ci è rivolto semplicemente come un'offerta, ma come un comando (1 Gv 3,23: "Questo è il suo comandamento: che crediate nel nome del suo Figlio Gesù Cristo"). Perciò il 'no' che l'uomo oppone alla rivelazione di Dio, il rifiuto a credere, dalla Sacra Scrittura è detto una disobbedienza (cf Rm 11,30; 1 Pt 1,2). La Chiesa di Dio definisce la fede come un pieno ossequio dell'intelletto e della volontà a Dio rivelante".
Il cuore (l'amore) non è escluso, giacché l'atto di fede prende tutto l'uomo. "Col cuore si crede per ottenere giustizia" (cf Rm 10, 10).
Non cattolico. Certo mi hai detto tante cose ed hai fatto molte precisazioni, ma i miei dubbi non sono del tutto scomparsi.
Cattolico. Ci credo. Il non cattolico ha subito per molto tempo lavaggi di cervello così poderosi che è difficile liberarsene senza una grazia particolare. Chiedi a Gesù con umiltà e fede questa grazia e allora comprenderai... e potrai anche giungere alla Verità tutta intera entrando o rientrando nella Casa del Padre dove saprai "come comportarti nella Casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della Verità" (cf 1 Tm 3,15).
Il Signore vi dia pace.
Fra Tommaso Maria di Gesù
http://apologetica.altervista.org/fratelli_sorelle_gesu.htm
A cura di frà Tommaso Maria di Gesù dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo - Tel. 0916730658
Non cattolico. Noi rileviamo dalla S. Scrittura, precisamente dal N.T., che la Madre di Gesù non fu sempre vergine, come afferma la Chiesa cattolica. Infatti, Gesù è chiamato primogenito e non unigenito. Il N.T. parla costantemente dei fratelli e delle sorelle di Gesù. I cattolici obiettano che nella Bibbia, la parola "fratello" è talvolta adoperata nel senso di "cugino", ma i Vangeli parlano sempre di "Fratelli e sorelle" di Gesù, mentre in greco (la lingua in cui i Vangeli sono stati scritti) vi è il termine per indicare fratello (adelfòs) e un altro per indicare cugino (anepsiòs).
Cattolico. Fratelli e sorelle di Gesù sono menzionati in diversi punti del N.T. (Mt 12,46; 13,55; Mc 3,31; Lc 8,19; Gv 2,12; 7,3 ss.; 20,17; At 1,14; 1 Cor 9,5; Gal 1,19), particolarmente Giacomo, Giuseppe, Giuda, Simone in Mc 6,3 (vedi Giacomo il fratello del Signore). Le parole greche che significano "Fratello" e "sorella" non sempre in senso stretto ed anche in senso traslato, traducono termini ebraico-aramaici che, oltre a designare i figli di stessi genitori, designano anche parenti prossimi, specialmente per consanguineità, senza specificare il grado di parentela. Per i vari gradi di parentela, poi, le due lingue non possiedono neppure tutti i vari termini che hanno le nostre lingue. In ogni caso è bene precisare che non è detto che i fratelli e le sorelle di Gesù siano anche figli di Maria.
Non cattolico. E perché?
Cattolico. Anzitutto perché non tutte le parole della Bibbia vanno interpretate con l'espressione che hanno, ma con quello che vogliono significare.
Non cattolico. Queste sono idee tue.
Cattolico. Tutt'altro! La Bibbia contiene spesso pagine ardue per le persone moderne. Già nei tempi antichi e posteriori a Cristo troviamo scuole per la retta interpretazione di essa. Con l'avvento di Cristo, tutta la S. Scrittura è consegnata alla "Sua" Chiesa, che ne è la custode e l'annunciatrice autentica. Essa, poi, per il fatto di essere il "prolungamento di Cristo" e "Colonna e sostegno della verità", difende e conserva la divina Parola nella sua integrità, con la stessa autorità e autenticità conferitale da Nostro Signore Gesù Cristo.
Non cattolico. Tu mi hai affermato che i fratelli e le sorelle di Gesù, non sono figli di Maria. Ti ho domandato: perché? Ancora non mi hai dato una risposta.
Cattolico. Oltre quello che già ti ho detto, devo ancora risponderti che i "perché" sono diversi, e cioè:
a) perché con la parola "ah" (= fratello), gli Ebrei esprimevano la parentela in genere o, addirittura semplicemente compaesano o compatriota;
b) quando volevano indi care un fratello germano (= uterino, di sangue) ricorrevano ad espressioni più lunghe, come "figlio di suo fratello" "Figlio di sua madre". Gesù è sempre indicato come figlio di Maria. GLI ALTRI MAI.
Non cattolico. Queste mi sembrano tutte chiacchiere. Io trovo scritto "Fratelli di Gesù" e cosi devo credere se sono fedele alla Parola di Dio.
Cattolico. Le cose dette sopra non sono chiacchiere né inutili giustificazioni, ma realtà bibliche.
Non cattolico. Realtà biblica? Mi si mostri questa realtà che io non trovo in nessuna parte.
Cattolico. Ad evitare inutili discussioni, è bene sapere che molto spesso le parole non si devono interpretare così come giacciono, ma col giusto significato che l'autore sacro vuole indicare. Per quanto riguarda i "Fratelli di Gesù" questa è la realtà biblica:
l. Giacomo, fratello di Gesù, è figlio di Alfeo (cf Mt 10,3). Può essere, quindi un parente di Gesù. Giacomo fu capo della Chiesa di Gerusalemme dopo la dispersione degli Apostoli (cf At 12,17; 15,13; 21,18).
2. Giuda, detto anche lui fratello di Gesù, così incomincia la sua lettera: "Giuda servo di Cristo, fratello di Giacomo".
3. "E le sue sorelle non sono tutte "fra noi?"
E' chiaro che quel "Fra noi" dà l'idea di persone che abitano nella stessa contrada, quartiere, località di chi sta parlando. Si capisce che si tratta di parentela larga, di conoscenti più intimi o di paesani.
Non cattolico. Non mi convinco. Infatti, troviamo ancora in Mt 12,46-50 e in Mc 3,31 che "mentre Egli (Gesù) parlava alla folla, sua madre e i suoi fratelli cercavano di parlargli... Ma Egli disse: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?... Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre... è per me fratello, sorella e madre", e Luca (8,19-20) aggiunge: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica".
Qui viene il sospetto che Gesù abbia addirittura rinnegato le persone più intime, perché da loro rinnegato, come appare in Gv 7,5.
Cattolico. Non c'è dubbio che le parole di Gesù vogliono darci dei profondi insegnamenti. L'appartenenza a Lui non, si basa su legami di sangue o di parentela. La Chiesa non è fondata su rapporti ambientali, di razza, di classe o di cultura: essa è la famiglia di Dio.
Gli evangelisti sottolineano le ragioni opposte che suscita la persona di Gesù. Le folle lo cercano, i più intimi (parenti, paesani) lo ritengono quasi folle: essi non comprendono affatto la sua missione e vogliono distoglierlo facendolo ritornare in patria. Ancora più grave è l'ostilità dei dottori della religione ebraica; essi si persuadono che Gesù riceve il suo potere dal principe dei demoni, Belzebul (cf Mc 3,22). Non c'è dubbio che nelle parole di Gesù è implicito un elogio per sua madre che "serbava le sue parole ... meditandole nel suo cuore" (Le 2,19.51) ed era "la serva del Signore che compiva tutta la Sua volontà" (cf Lc 1,38).
Non cattolico. Vogliamo sapere con più certezza dove è scritto che Gesù non ha avuto altri fratelli di sangue.
Cattolico. Leggendo bene la Bibbia si capisce chiaramente che Gesù non ha avuto altri fratelli di sangue. Ho già detto che con la parola "Fratello" gli Ebrei volevano indicare un po' di tutto: parente in genere, paesano, compatriota, ecc. Per troncare ogni discussione in merito mi permetto di elencare alcuni passi biblici che provano le mie affermazioni.
Non cattolico. E cioè?
Cattolico. La parola "Fratello" nella Bibbia è attribuita:
l. Ai nipoti:
Gen 13,8: "Abramo disse a Lot: 'Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli'" (Lot è nipote di Abramo, figlio di suo fratello Aran (cf Gen 11,27; 14,12);
2. Agli zii:
Gen 29, 15: Labano chiama "parente" Giacobbe, il quale è nipote, figlio di sua sorella Rebecca;
3. Ai cugini remoti: (Lev 10,4);
4. Ai parenti in genere: (2 Re 10, 13);
5. Ai semplici compatrioti: (Gen 19,6).
N.B. a) I Vangeli conservano la mentalità ebraica e perciò la parola "fratello" ha un uso così ampio. D'altronde, non si può dire che tra noi ancora oggi le cose siano del tutto cambiato.
b) Osserviamo inoltre, che nell'infanzia di Gesù non vengono mai nominati gli eventuali suoi fratelli;
c) Nel racconto dei pellegrinaggio a Gerusalemme di Gesù fanciullo (Lc 2,41-52) è sorprendente che non si faccia mai menzione di eventuali fratelli di Gesù;
d) La Madonna, come donna, non era affatto obbligata al pellegrinaggio se, oltre al suo primogenito, avesse avuto altri figli;
e) E che dire di Gesù morente? Gv 19,26-27: "Gesù allora, vedendo la madre... disse. 'Donna, ecco tuo figlio...' e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa".
Se la Madonna avesse avuto altri figli, sarebbe rimasta presso di loro e non con Giovanni, né Gesù si sarebbe espresso in quella maniera.
Non cattolico. Dimmi, allora, perché Maria sposò Giuseppe?
Cattolico. Il matrimonio tra Giuseppe e Maria fu necessario.
Non cattolico. Perché?
Cattolico. Queste sono le ragioni per cui il matrimonio tra Giuseppe e Maria fu necessario:
a) Perché la Madonna sarebbe stata lapidata come adultera;
b) Così S. Giuseppe poté custodire la Madre ed il Figlio.
c) S. Giuseppe era certamente discendente della stirpe davidica e solo lui, come uomo, poteva legalmente assicurare la discendenza a Gesù secondo: la carne;
d) Il segreto poté rimanere nascosto finché Dio non volle farlo conoscere bene attraverso lo stesso Verbo Incarnato;
e) Il "Non conosco uomo" di Maria all'angelo dimostra la sua ferma volontà di rimanere sempre vergine, come consacrata a Dio.
Quindi, la parola "Fratello" o "sorella" non significa necessariamente "Fratello di sangue". Anzi mai, o quasi mai, ha questo significato.
f) Il significato più ampio di "fratello", "sorella" si riscontra anche nella letteratura greca del periodo ellenistico, del quale fa parte il greco del Nuovo Testamento;
g) Come ho già accennato, la Bibbia quando vuole indicare che si tratta di un fratello consanguineo usa questa formula:
1. Gen 29, 10: "Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Labano, 'fratello di sua madre', Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Labano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Labano, 'fratello di sua madre' ".
E' impressionante che in un periodo così breve, lo scrittore sacro usi per tre volte l'espressione 'fratello di sua madre'.
2. In Gen 43,29 è detto: "Egli (Giuseppe) alzò gli occhi e guardò Beniamino, suo fratello, figlio di sua madre". Giuseppe e Beniamino sono figli della stessa madre (Rachele), ossia fratelli di sangue, e perciò l'autore sacro specifica.
3. La stessa formula troviamo in Dt 13,7: ... Qualora il tuo fratello, figlio di tuo
padre o figlio di tua madre`; Gdc 8,19: "Egli (Gedeone) riprese: "Erano miei fratelli, figli di mia madre";
Gdc 9,4-5: "Abimelech... venne; alla casa di suo padre, a Ofra, e uccise sopra una stessa pietra i suoi fratelli, figli di Ierub-Baal (suo padre)";
Sal 49,20: "Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre";
Sal 68,9: "... sono un estraneo per i miei fratelli, un forestiero per i figli di mia madre".
N.B.
a) Come si vede, il fratello di sangue è generalmente indicato con le suddette formule;
b) Inoltre, per convincerci ancora meglio che la parola "Fratello" ha un significato molto ampio, leggiamo in:
1 Cronaca 9,6: Ieuèl ha 690 "fratelli". E' chiaro che essi fanno parte della larga parentela e anche dei concittadini di Ieuèl.
1 Cronaca 15,5: Uriel ha 120 "fratelli". Certamente si tratta di larga parentela o di compatrioti.
Non cattolico. Eppure in Col 4,10 S. Paolo usa la parola cugino, perché non ha detto 'fratello' come altrove?
Cattolico. Il termine usato da S. Paolo è la parola greca "anepsíos". Da notare che "anepsios" non ha il significato stretto di cugino, ma quello più generico di parente, che può includere anche quello di cugino. Etimologicamente richiama il latino "nepos" che è un termine con un significato più ampio e non quello di "nipote", come sembrerebbe dalla parola italiana. In italiano adoperiamo la parola "parente" con significato molto ampio, mentre in latino i "parentes" sono i soli genitori. Per convincerci ancora meglio, nel N.T. ci sono molti passi che confermano quello che sto dimostrando. Qualche esempio:
- In Gv 20,17, "fratelli" sono i "discepoli";
- In Mt 25,40, i "fratelli" sono "tutti gli uomini";
- In 1 Cor 9,3-5, i "fratelli" sono i "fratelli di fede";
- In Gal 1,18-19, Giacomo, che è figlio di Alfeo (cf Mat 10,3), viene indicato da Paolo come fratello del Signore ossia come appartenente alla sua parentela o, tutt'al più, potrebbe essere tra i suoi cugini;
- In Mt 28, 10, Gesù chiama "fratelli" i suoi apostoli e discepoli.
Non cattolico. Nonostante tutte queste citazioni, il dubbio rimane, e le ragioni sono le seguenti:
a) In Mt 1,25 è scritto che Giuseppe prese Maria come sposa "la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù;
b) In Lc 2,7 è detto che Maria "diede alla luce il suo figlio "primogenito".
I miei dubbi sono questi:
- Anzitutto le parole di Matteo in traduzioni precedenti a quella della CEI sono così indica- te: "Ma egli (Giuseppe) non la conobbe, finché ebbe partorito il suo figliolo primogenito...". Dunque, la conobbe dopo.
Cattolico. La S. Scrittura vuol dimostrare che il Bambino Gesù non è stato concepito mediante il concorso umano, e basta. Queste parole vanno collegate con quelle altre di Maria: "Come è possibile? Non conosco uomo". Queste parole, come già ho detto precedentemente, vogliono indicare la ferma risoluzione di Maria di voler rimanere "sempre vergine" perché consacrata a Dio. Per convincerci ancora di più, leggiamo in 2 Sam 6,29: «Micol, figlia di Saul, non ebbe figli sino al giorno della sua morte" (cf Sal 110, 1). E' certo che Micol non ebbe figli neppure dopo la morte...
Non cattolico. Ma ho ancora qualche dubbio. Infatti la parola "primogenito" lascia capire che dopo vi sono stati altri figli, altrimenti Gesù doveva essere indicato come l'Unigenito.
Cattolico. Anche per questa obiezione c'è una risposta tecnica e biblica chiarificatrice.
Il "primogenito", indicato da Lc 2,7, nella mentalità ebraica è il figlio che "apre il seno materno" (cf Es 13,2; Nm 3,12). "Primogenito" era un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto. Dio Padre introduce il Primogenito sia al momento dell'Incarnazione (Eb 1,6), sia al momento della intronizzazione nella gloria (cf Eb 1,3; 2,5; Ef 1,20-21; Fil 2,9-10). Primogenito è anche un titolo di onore (cf Col 1, 15. 18; Ap 1,5). Infine l'archeologia ha scoperto (1922) una iscrizione greca di un cimitero giudaico dell'Egitto (5° sec. a.C.) che dice: "La sorte mi condusse al termine della vita nel dolore del parto del mio primogenito figlio". Certo, dopo questo "primogenito" non vi furono altri figli!
Credo che dopo tutte queste risposte e prove, chiunque vuole può tranquillamente credere rettamente.
La mia personale esperienza mi fa capire come il grande dottore d'Ippona, il gigante dei pensiero, S. Agostino, avesse proprio ragione quando scriveva: "Può credere chi vuole credere. La fede è un 'si' libero, ma anche obbediente. Infatti Dio non lascia al nostro arbitrio e piacimento di accogliere o rifiutare la sua rivelazione. Il Vangelo della salvezza non ci è rivolto semplicemente come un'offerta, ma come un comando (1 Gv 3,23: "Questo è il suo comandamento: che crediate nel nome del suo Figlio Gesù Cristo"). Perciò il 'no' che l'uomo oppone alla rivelazione di Dio, il rifiuto a credere, dalla Sacra Scrittura è detto una disobbedienza (cf Rm 11,30; 1 Pt 1,2). La Chiesa di Dio definisce la fede come un pieno ossequio dell'intelletto e della volontà a Dio rivelante".
Il cuore (l'amore) non è escluso, giacché l'atto di fede prende tutto l'uomo. "Col cuore si crede per ottenere giustizia" (cf Rm 10, 10).
Non cattolico. Certo mi hai detto tante cose ed hai fatto molte precisazioni, ma i miei dubbi non sono del tutto scomparsi.
Cattolico. Ci credo. Il non cattolico ha subito per molto tempo lavaggi di cervello così poderosi che è difficile liberarsene senza una grazia particolare. Chiedi a Gesù con umiltà e fede questa grazia e allora comprenderai... e potrai anche giungere alla Verità tutta intera entrando o rientrando nella Casa del Padre dove saprai "come comportarti nella Casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della Verità" (cf 1 Tm 3,15).
Il Signore vi dia pace.
Fra Tommaso Maria di Gesù
http://apologetica.altervista.org/fratelli_sorelle_gesu.htm
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